San Giuda Taddeo
Ultimo aggiornamento:
4 Marzo 2019
Analisi dell'epistola di San Giuda Taddeo Apostolo


 

      Indice

L'autore
Genuinità e Canonicità dell'epistola di San Giuda
Lettori ed avversari
Tempo di composizione
Luogo d'origine
Lingua e stile
Argomento e divisione
Dottrina
Uso liturgico dell'epistola di San Giuda

Ulteriori approfondimenti sulla vita di San Giuda Taddeo

L'Autore


Il mittente di questa breve epistola si presenta ai lettori come "Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo" (V. I). La qualifica servo di Gesù Cristo può indicare semplicemente che chi scrive è un cristiano: qui però presenta uno che ha un servizio speciale, un ministero nella comunità dei fedeli.

Il termine servo non precisa, ma non esclude, che il mittente sia un Apostolo. Anche S. Paolo, quando per ragioni polemiche o dottrinali non era costretto ad aggiungere al suo nome l'attributo di apostolo, si accontentava di qualificarsi servo di Gesù Cristo. Giacomo, autore della I epistola cattolica, si presenta semplicemente con il titolo di servo di Dio e del Signore Gesù Cristo (Giac. I, I; vedi commento). Eppure era fratello (cugino) di Gesù, e, secondo i migliori indizi storici, apparteneva al collegio dei Dodici.

Anche il nostro Giuda, imitando Giacomo, si qualifica semplicemente servo di Gesù Cristo, e, per conciliarsi la benevolenza dei lettori che apprezzavano l'autorità del primo vescovo di Gerusalemme, si dichiara fratello di Giacomo.

Bastavano questi pochi cenni autobiografici all'autore della nostra epistola per rivolgersi autorevolmente a lettori che dovevano trovarsi nell'orbita dell'apostolato di Giacomo. Giuda non aveva bisogno di sottolineare altre qualifiche che dovevano essere ben note ai destinatari. Quali erano queste altre qualifiche? Dalla lettura dei Vangeli e dagli Atti apostolici possiamo concludere, con buona probabilità, che anche il nostro Giuda, come Giacomo, era fratello (cugino) di Gesù e appartenente al collegio apostolico. Se osserviamo le liste degli apostoli date da S. Luca (6, 16 e Atti I, 13) troviamo un Giuda di Giacomo immediatamente prima dell'altro Giuda, soprannominato Iscariota, traditore.

Alcuni acattolici sostengono che questa formula significhi "Giuda figlio di Giacomo". Così si legge in alcune recensioni del Diatessaron (arabo e olandese) e nella versione sirosinaitica. Tale infatti è il significato normale del nome proprio in genitivo che specifica un altro nome proprio. Tuttavia, è doveroso notare che l'espressione può essere usata in un senso più generico, per indicare semplicemente che la persona di cui sì parla è parente o appartiene alla famiglia di quella indicata col genitivo. Questo caso si verifica specialmente quando un membro di una famiglia in un determinato ambiente è conosciuto più dello stesso capo di famiglia. Gli altri membri vengono detti "di lui", sottintendendo per ciascuno la qualifica propria della parentela. Tale era il caso del nostro Giacomo, vescovo di Gerusalemme, che doveva essere conosciuto nella Chiesa primitiva ben più del padre suo Alfeo. Nel Vangelo di S. Marco (16, I) la madre di Giacomo viene detta semplicemente Maria di Giacomo. I lettori intendevano Maria madre di Giacomo (cfr. Mc. 15, 40). Nel nostro caso i lettori dell'epistola, che dovevano conoscere Giacomo e il suo rapporto di parentela con Giuda, dovevano intendere fratello di Giacomo. Espressioni di questo genere debbono essere interpretate alla luce dell'ambiente storico in cui sono nate. La formula "Giuda di Giacomo" doveva essere di uso corrente a Gerusalemme, dove Luca attingeva le sue informazioni per indicare il fratello del capo della Chiesa locale e per distinguerlo dall'omonimo Giuda traditore. Così si spiega anche come mai nelle liste degli apostoli conservate da S. Luca il nostro Giuda occupi il penultimo posto, immediatamente prima dell'omonimo Iscariota. Gli altri due evangelisti Matteo (10, 4) e Marco (3, 19) nelle loro liste degli apostoli riservano il nome di Giuda al traditore e chiamano Taddeo lo stesso apostolo che da Luca è detto Giuda di Giacomo e lo inseriscono subito dopo Giacomo (figlio) di Alfeo. Invece di Taddeo che aramaico significherebbe "magnanimo", alcuni codici di Matteo (10, 3 D k con Origene) scrivono Lebbeo che significherebbe "coraggioso" dalla radice (leb = cuore), altri (E F G K L siropeshitto, harclense) uniscono assieme i due nomi e soprannomi (I).

La Tradizione, attestata da ORIGENE (Ad Rom. 5, I MG 14, 1016) e da TERTULLIANO (De cultu fem. I, 3 ML I, 1308), identifica Giuda fratello di Giacomo con l'apostolo Giuda Taddeo. Siccome il termine fratello nelle lingue semitiche si presta ad accezioni assai larghe, resta viva la questione sulla precisazione del grado di parentela dei due apostoli fra loro e con Gesù. Interpretando i dati di Egesippo si potrebbero distinguere in due gruppi i quattro fratelli di Gesù ricordati nei Vangeli. Da un lato Giuda e Simone figli di Clopa, nipoti di S. Giuseppe, di stirpe davidica, dall'altra, Giacomo e Giuseppe figli di Alfeo, di stirpe sacerdotale. Simone, nipote di Giuseppe, viene ricordato come successore di Giacomo nella direzione della Chiesa di Gerusalemme.

Secondo una tradizione, due suoi nepoti, che erano dei semplici coltivatori, furono chiamati in giudizio al tempo della persecuzione di Domiziano (EGESIPPO, citato da EUSEBIO, Hist. Eccl. III 19-20 MG 20, 252-3). Nel Vangelo di S. Giovanni è conservata una domanda rivolta dall'apostolo Giuda "non quello Iscanota", a Gesù durante i colloqui dell'ultima cena: "Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?". Gesù rispose: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio l'amerà, e verremo a lui, e faremo dimora presso di lui" (Giov. 14, 22 s.). Probabilmente anche S. Paolo allude a S. Giuda quando, nella I ai Corinti (9, 4), parla dei fratelli del Signore, che si fanno accompagnare da una "donna sorella" nelle loro peregrinazioni.
Sul resto della vita di S. Giuda non abbiamo dati sicuri. Secondo NICEFORO CALLISTO l'apostolo Giuda avrebbe "pescato con la rete evangelica dapprima nella Giudea, nella Galilea e nella Samaria, poi nelle città della Siria e della Mesopotamia" e avrebbe terminato la vita "con una morte pacifica e quieta a Edessa nella città di Abgaro" (Hist. Eccl. II, 40 MG 145, 864; cfr. HIERON, in Matth. 10, 4, ML 26, 61). EUSEBIO e gli scrittori siri, invece, distinguono il nostro Giuda Taddeo dal Taddeo che si recò dal re di Edessa, Abgaro (EUSEBIO, Hist. Eccl. I, 13 MG 20, 124). I siri poi ritengono che l'Apostolo abbia subito il martirio ad Arado, presso Beyrut (ASSEMANI, Biblioth. Orient. 3, 2, p. 13).

Genuinità e Canonicità dell'Epistola di San Giuda Torna all'inizio


A) Argomenti esterni. Nell'introduzione alla seconda di Pietro abbiamo indicato le ragioni che ci inducono a ritenere che l'epistola di Giuda abbia servito di fonte a quello scritto attribuito al Principe degli Apostoli. Se si ammette questa dipendenza della 2 di Pietro dalla nostra epistola, ne resta indirettamente provata l'alta antichità e l'autorità apostolica.

Il Frammento Muratoriano che attesta la fede di Roma allo scorcio del II secolo accerta senza alcun dubbio questa breve epistola fra gli scritti canonici "epistolae sane Iudae... in (oppure inter) catholicas habetur" (linea 68 ss.).

Nella Chiesa africana TERTULLIANO cita l'epistola "dell'apostolo Giuda" supponendola accettata da tutti come canonica e tenta di dimostrare con essa l'autorità del libro di Enoch (De cultu fem. I, 3 ML I, 1308).

CLEMENTE ALESSANDRINO scrisse un commento alla nostra lettera di cui possediamo ancora la versione latina redatta da CASSIODORO (in Iudae Ep. Adumbrationes, MG 9, 731) e la citi come S. Scrittura. ORIGENE attesta che Giuda scrisse un'epistola breve, ma piena di sapienza divina, la elenca nel suo canone e la cita frequentemente (in Matth. tom. 10, 17 MG 13, 877; in Iosue hom. 7, I MG 12, 857 ecc.).

La fede della Chiesa siriaca sembrerebbe attestata dalle citazioni di S. EFREM, nelle opere conservate in greco (Opera omnia graece et latine III, pp. 61-63). Ma tali opere risultano spurie.

Prima del III secolo non si trovano tracce di dubbi sulla genuinità o sulla canonicità della nostra epistola nelle opere patristiche giunte fino a noi. Si trovano invece delle allusioni più o meno chiare nella Didachè (2, 7; cfr. Giuda 22-23), presso S. POLICARPO (Ad Philipp.: saluti cfr. Giuda 2; 3, 2; cfr. Giuda 3, 20), nel Martirio di S. Policarpo, presso TEOFILO ANTIOCHENO ed altri (cfr. CHAINE, pp. 261-262). Sembra quindi assai strano il fatto che EUSEBIO elenchi l'epistola di Giuda fra gli scritti disputati riconosciuti da molti (Hist. Eccl. III, 25 MG 20, 669). La ragione è indicata da S. GEROLAMO in questi termini: "Giuda lasciò una piccola epistola che è tra le sette cattoliche. Siccome cita la testimonianza del libro di Enoch, che è apocrifo, da parecchi viene ripudiata; tuttavia meritò autorità a motivo della sua antichità e dell'uso che se ne fa nelle Chiese, e si elenca tra le Sacre Scritture" (2).

Dopo Eusebio, ma prima di S. Gerolamo, troviamo molti testimoni che citano l'epistola di Giuda come S. Scrittura: in Occidente S. FILASTRIO, LUCIFERO DI CAGLIARI, S. AMBROGIO, S. AGOSTINO e i Concili africani.

In Oriente in favore abbiamo S. ATANASIO, DIDIMO, S. CIRILLO GEROSOLIMITANO, S. EPIFANIO, S. GREGORIO NAZIANZENO (cfr. R. CORNELY, Introductio Specialis, vol. III, pp. 655 s.).

Non è quindi da intendersi in senso stretto l'espressione di S. GEROLAMO secondo cui "a plerisque reicitur". E' sintomatico il fatto che EUSEBIO, nonostante i suoi dubbi personali, riconosca che l'epistola di Giuda è ammessa dalla maggior parte e può addurre le testimonianze favorevoli di parecchi antichi (Hist. Eccl. III, 25; cfr. 2, 43; MG 20, 269 e 205). Anche S. GEROLAMO, come risulta dall'affermazione citata, ammette la nostra epistola tra le Scritture divine.

Dal IV secolo in poi, le testimonianze favorevoli si moltiplicano in tutte le Chiese, (se si eccettuano in parte quelle siriache). Verso la fine del secolo IV la genuinità e la canonicità dell'epistola si può dire ammessa per consenso moralmente unanime.

B) Argomenti interni. I semitismi contenuti nell'epistola e l'uso di tradizioni giudaiche depongono in favore dell'origine ebraica dell'autore. Anche la presentazione assai modesta del mittente "Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo" è un contrassegno di genuinità. Non si vede perché un ipotetico falsario avrebbe scelto un apostolo di cui si avevano così scarse notizie, e soprattutto si sarebbe accontentato d'una presentazione tanto modesta. E' noto che gli scrittori che amano fare della pseudoepigrafia ci tengono a mettere in evidenza l'importanza del personaggio di cui prendono il nome, onde coprire la loro produzione letteraria.

(2) "Iudas parvam, quae de septem catholicis est epistolam, reliquit; et quia de libro Enoch, qui apocryphus est, assumit testimonium, a plerisque reicitur, tamen auctoritatem vetustate iam et usu meruit et inter Sacras Scripturas computatur" (De viris ill. 4 ML 23, 645). - Si noti che "plerique" per S. Gerolamo ha talora un senso attenuato di "nonnulli". Noi l'abbiamo reso con "parecchi". Cfr. Cornely-Merk, Introductionis... Compendium (Paris 1929) N. 28.

C) Obbiezioni. Contro l'autorità divina dell'epistola di Giuda rimane da risolvere un'obbiezione antica, la quale ha indotto, se non la maggior parte (come sembra dire S. GEROLAMO con il suo a plerisque) almeno un ceno numero di scrittori a metterne in dubbio l'ispirazione e la canonicità.

L'autore di questa epistola attinge i suoi argomenti non solo dalla Bibbia, ma anche dalle tradizioni extrabibliche. In un passo almeno sembra citi come S. Scrittura un apocrifo giudaico: il libro di Enoch. Per confermare quanto ha detto riguardo al castigo che attende i falsi maestri, dopo aver citato esempi biblici (Caino, Balaam, Core) continua: "Profetò appunto anche per costoro Enoch il settimo [patriarca] dopo Adamo, dicendo: ecco che viene il Signore tra le sue sante miriadi, ecc.... " (vv. 14-15). CLEMENTE ALESSANDRINO, TERTULLIANO, S. GEROLAMO, S. AGOSTINO e altri considerano queste parole come desunte dal libro di Enoch (I, 9). Il confronto dei frammenti greci di questo scritto apocrifo col testo di Giuda ne mostra chiaramente la dipendenza letteraria (3).

Come risolvere questa difficoltà dal punto di vista della ispirazione biblica? Alcuni scrittori sono giunti fino ad ammettere l'ispirazione del libro di Enoch (TERTULLIANO) o almeno di qualche pane di esso. S. AGOSTINO si esprime in questi termini: "Che Enoch il settimo [patriarca] dopo Adamo, abbia scritto qualche cosa di divino, non possiamo negarlo, perché lo dice l'apostolo Giuda nell'epistola canonica" (4).

Ma è proprio necessario giungere fino a questo punto? I teologi moderni cercano altre soluzioni che salvano il carattere divino dell'epistola di Giuda, senza dedurne l'ispirazione, sia pure parziale, del libro di Enoch. Intanto si può far notare che Giuda non cita esplicitamente il libro apocrifo come S. Scrittura, ma una profezia pronunciata da Enoch. Il verbo "profetare" come il titolo "profeta", può intendersi anche in senso largo. S. Paolo nella lettera a Tito (I, 12-13) scrive: "Uno dei loro, un loro proprio profeta (si tratta di EPIMENIDE, vissuto verso il 6oo a. C.) lasciò scritto:

"I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ghiottone, infingarde". Questa testimonianza è vera". Nessuno si è mai sognato di sostenere che EPIMENIDE sia da ritenersi profeta in senso stretto e scrittore ispirato, per il fatto che un suo verso viene citato e dichiarato vero da S. Paolo. S. GEROLAMO (in Tit. I, 12; ML 26, 571) osserva giustamente che non s'intende approvato tutto il libro, quando se ne trova approvato un piccolo brano. Come S. Paolo poté utilizzare dei documenti profani, così S. Giuda poté servirsi di tradizioni giudaiche extrabibliche, sia pure raccolte in un libro apocrifo. Basta che non ne approvi la pretesa di farsi considerare come libro canonico. Tale pretesa non è affatto condivisa da Giuda.

Alcuni autori ritengono che questi scelga, tra la massa confusa delle leggende profane e fantastiche raccolte nel libro di Enoch, una profezia sostanzialmente storica del settimo patriarca antidiluviano. Ma si potrebbe forse rispondere più semplicemente osservando che Giuda, dicendo "profetò", non intende allegare un vaticinio in senso stretto, ma semplicemente un detto attribuito al patriarca dai circoli apocalittici in cui sorse il libro di Enoch. E' noto che gli apocalittici attribuivano la loro dottrina ai personaggi celebri dell'antichità. I lettori comunemente sapevano che tali attribuzioni erano un semplice artificio letterario (pseudoepigrafia o pseudonimia).

(3) Cfr. P. MARTIN, Le livre d'Enoch (Paris 1906), p. CXVII, 3. Si veda il commento ai versi 14 e 15.
(4) "Scripsisse quidem divina nonnulla Enoch, illum septimum ab Adam, negare non possumus, cum hoc in epistola canonica Iudas apostolus dicat" (De civ. Dei, 15, 23 ML 41, 470).


Si può dire che anche Giuda usi di questo artificio letterario scrivendo: "Profetò Enoch"? Se si ammette, come è verosimile, che i suoi lettori erano al corrente di quell'uso degli apocalittici, questa soluzione salva sufficientemente l'inerranza della nostra epistola. Non è necessario sostenere che Giuda scelga tra la massa confusa delle leggende profane e fantastiche contenute nel libro apocrifo una profezia sostanzialmente autentica del VII patriarca. Anche se la profezia non è genuina (perché il verbo profetò può significare semplicemente un'attribuzione letteraria), il contenuto del detto rimane vero e si compirà nel giudizio finale. Non sembra sostenibile la soluzione preferita dal CORNELY (Intr. III, p. 657) e data dal FELTEN (p. 248 s.), che esclude la dipendenza di Giuda da uno scritto giudaico. E' troppo forte l'accordo del greco di Giuda con i frammenti greci del libro di Enoch per vedere solo una dipendenza da una fonte orale comune, utilizzata tanto dall'autore dell'apocrifo, quanto da Giuda.
Non è il caso neppure di pensare a un'interpolazione cristiana (desunta dall'epistola di Giuda) nel libro apocrifo di Enoch. Le parole citate da Giuda si trovano infatti non solo nei frammenti greci giunti fino a noi, ma anche nelle versioni.
Qualche autore, come il CHAINE (p. 279), crede che si possa salvare sufficientemente l'ispirazione con la presenza di citazioni desunto da scritti apocrifi, distinguendo negli agiografi l'insegnamento (che non può contenere errore) dalle idee o concezioni umane, vere o false, che non sono contrarie a tale insegnamento, ma che possono coesistere nella mente dell'autore ispirato. Tali idee dipendenti dalla coltura, dall'ambiente, sarebbero suscettibili di cambiamenti. L'autore ispirato si servirebbe di esse come di immagini per esprimere le verità insegnate. A questo proposito però si deve tener conto delle risposte della Pont. Commissione Biblica del 18 giugno 1915 in cui, tra l'altro, si dice che non è lecito per il cattolico ammettere che gli apostoli "sotto l'influsso ispirativo abbiano espresso dei propri sentimenti umani nei quali potrebbe infiltrarsi l'errore o l'inganno" (DENZINGER, n. 2179).
Con gli stessi principi che abbiamo indicato a proposito della citazione di Enoch si possono risolvere altre obbiezioni analoghe contro il carattere divino dell'epistola di Giuda. Le parole del v. 9 ove si parla della contesa dell'arcangelo Michele col diavolo a proposito del corpo di Mosè, sarebbero una reminiscenza di un libro giudaico intitolato Ascensione o Assunzione di Mosè. Che Giuda abbia fatto uso di questo apocrifo giudaico, si potrebbe dedurre anche dalla somiglianza verbale del v. 16 dell'epistola con un testo dell'Assunzione di Mosè (5, 5), in cui troviamo l'espressione "mirari personas" in un contesto analogo. Anche qui basterà far notare che lo scritto apocrifo non è mai citato espressamente come libro sacro. Si veda il commento al v. 9.
Alcuni commentatori credono di trovare condivisa da Giuda (v. 6) un'opinione giudaica pure sviluppata nel libro di Enoch (cc. 6-11), che interpreta come un peccato carnale commesso dagli angeli quanto è detto nella Genesi (c. 6) a proposito dell'unione dei figli di Dio con le figlie degli uomini. Ma vedremo che il testo di Giuda si può spiegare diversamente (5).
Non vi sono quindi ragioni serie per mettere in dubbio l'ispirazione e la canonicità dell'epistola di Giuda già riconosciuta dall'antichissimo Canone Muratoriano e definita dal Concilio Tridentino.

(5) Su questo argomento si veda G. E. CLOSEN, Die Sunde der Sohne Gottes: (Rom 1937).

Lettori ed avversari Torna all'inizio


L'intestazione ci fa sapere soltanto che Giuda, "servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo", scrive "ai chiamati, diletti in Dio Padre e custoditi per Gesù Cristo".

Nessuna indicazione sul luogo e il carattere speciale dei lettori. A prima vista potrebbe sembrare una specie di circolare diretta a tutti i cristiani. Tuttavia le indicazioni relative a Giacomo e quelle del contesto riguardanti ceni determinati avversari, ci possono guidare nell'identificazione, se non delle Chiese, almeno delle regioni, per le quali direttamente l'autore compose questo breve scritto.

Il richiamo alla parentela dell'autore con Giacomo ci invita a indirizzare le ricerche nell'ambiente dove Giacomo godeva maggiore autorità, ossia tra gli ebrei. Una conferma per questa conclusione, si può trovare nel fatto che Giuda suppone che i lettori conoscano non soltanto la S. Scrittura, ma anche diverse tradizioni giudaiche le quali difficilmente si possono supporre note ai pagani convertiti. Dal v. 17 risulta che gli apostoli i quali mettevano in guardia i lettori contro i pericoli dei falsi dottori, ormai non erano più in vita. In modo particolare Giacomo doveva già aver subito il martirio. In queste circostanze Giuda, vedendo che il gregge già affidato alle cure del vescovo di Gerusalemme era esposto a gravi pericoli, valendosi della sua qualità di fratello di Giacomo, indirizza ai fedeli minacciati questo suo breve scritto per premunirli contro le insidie dei lupi rapaci. Gli avversari confutati nell'epistola sono empi e disonesti, rinnegano l'unico Padrone e Signore nostro Gesù Cristo (v. 4), contaminano il loro corpo, sprezzano la Sovranità, insultano le Glorie angeliche (v. 8) e per "bramosia di lucro si gettano nel peccato di Balaam" (v. 11), sono "lordure nelle agapi" (v. 12), mormoratori, superbi (v. 16). Gli stessi avversari sono combattuti. pure nella 2 di S. Pietro, il cui autore, a quanto sembra, utilizzò il nostro scritto (si veda l'introduzione alla 2 di Pietro).

In quale ambiente vivevano precisamente gli avversari presi di mira da Giuda? Nelle Chiese palestinesi, oppure nella diasporà? (6). I vizi dei falsi dottori che, a quanto pare, facevano una specie di sincretismo tra paganesimo e giudaismo, sembrano piuttosto di indole pagana che giudaica. Quindi è preferibile pensare che tali vizi siano penetrati tra i giudeo-cristiani della diasporà. CHAINE (p. 287 s.) esclude che la lettera sia indirizzata ad Ebrei convertiti, perché i vizi dei falsi dottori qui combattuti, e specialmente la loro impudicizia, fa preferire l'ipotesi che i lettori siano di origine pagana. Ma non è detto che gli avversari qui ricordati siano precisamente degli Ebrei palestinesi; se noi supponiamo che la lettera di Giuda fu diretta a giudeo-cristiani viventi nella diasporà, precisamente come la lettera di Giacomo, la difficoltà cade. Nella diasporà i cristiani convertiti dal giudaismo si trovavano frammisti ad elementi del paganesimo e subivano l'attrattiva delle correnti sincretiste. La diasporà giudeo-cristiana dopo la morte di Giacomo si era estesa in una zona ben più vasta di quella che entra nell'orbita dell'epistola di Giacomo. Non sappiamo con precisione in quale zona infierissero specialmente gli avversari confutati da Giuda. Pietro lì troverà più tardi nelle regioni centro-settentrionali dell'Asia Minore. Forse quando scriveva Giuda la loro attività era ancora ristretta alle regioni della Siria e dell'Anatolia meridionale.

A. M. DUBARLE (7) ritiene che Giuda (non apostolo) abbia inviato da Gerusalemme ai cristiani della Galazia la sua lettera e anche la lettera agli Ebrei, lasciata incompiuta da Paolo e completata da lui; e trova un rapporto di continuità tra la finale dell'epistola agli Ebrei (13, 22) e lo scritto del nostro Giuda (v. 3) ove si parla di salvezza e di esortazione. La questione è assai discussa (8).

(6) Come pensa K. PIEPER, Die Kirche Palastinas bis zum Fahre 135 (Koln 1935).
(7) A. DUBARLE, Rédacteur at destinataires de l'épitre aux Hébreux in Revue Biblique 48 (1939) pp. 506-529.
(8) Cfr. A. VITTI, in Biblica 22 (1941) 425.


Tempo di composizione Torna all'inizio


Dagli indizi interni si possono fissare i termini estremi. Giuda deve aver scritto dopo il 62 (epoca del martirio di Giacomo) e prima del 70, altrimenti l'autore non avrebbe omesso di elencare, tra i castighi già inflitti agli empi anche la recente distruzione di Gerusalemme.
Dal v. 17 risulta che i lettori conobbero direttamente gli Apostoli. Se si ammette, come sembra ben probabile, la priorità dello scritto di Giuda sulla 2 di Pietro, si dovrà retrocedere di alcuni anni. Tutto considerato ci sembra preferibile la data fissata dal CORNELY verso il 65. CHAINE, il quale ritiene che la 2 di Pietro, dipendente da Giuda, sia pseudoepigrafa, fissa l'epoca di redazione della nostra epistola tra il 70 e l'80 e ritiene che questa data sia compatibile con l'autenticità.

Luogo d'origine Torna all'inizio


Nulla si può dire con sicurezza su questo argomento. Con una certa probabilità si può dedurre che l'autore doveva essere nell'impossibilità di recarsi presto personalmente tra i destinatari; si trovava, quindi, in una regione alquanto lontana, forse nelle regioni della Mesopotamia, che vengono fissate come campo del suo apostolato.

Lingua e stile Torna all'inizio


Lo stile è semplice, rude, ma vivace, energico, animato da immagini pittoresche, simile a quello degli antichi profeti. Anche sotto questo aspetto l'epistola di Giuda assomiglia a quella del fratello Giacomo. In questo breve scritto troviamo numerosi semitismi, desunti in parte dai LXX; non mancano i termini tecnici del nuovo vocabolario cristiano, compaiono ben 14 hapax legomena, e tra questi uno ricorre qui per la prima volta nella letteratura greca giunta a noi. Il *MAYOR (p. LVI) fa notare il gusto per il cosiddetto "Triplet". Ricorrono infatti a verse riprese elenchi di termini e di esempi e di espressioni che vanno a tre a tre (vv. 2. 4. 6-7. 8. 11. 19. 20-21. 22-23).

Argomento e divisione Torna all'inizio


Dopo l'iscrizione e gli auguri, S. Giuda indica lo scopo e l'occasione per cui scrive (3-4), quindi mette in guardia i lettori dai falsi maestri (5-8), citando esempi dalla storia biblica e dalla tradizione giudaica (9-16). Ribadisce i moniti con esortazioni e direttive (17-23) e conclude l'epistola con una splendida dossologia (24-25).

Dottrina Torna all'inizio


Gli insegnamenti sono collegati con la confutazione delle dottrine sovversive dei falsi maestri che tentavano di introdurre scismi tra i fedeli. ORIGENE osserva che "Giuda scrisse una lettera brevissima, ma tutta penetrata di sapienza divina" (in Matt., 10, 17 MG 13, 877).

Le principali verità cristiane vi si trovano supposte o esposte. L'unità di Dio è posta in risalto nella dossologia finale (25): "Al solo Dio salvatore nostro"; la Trinità è supposta nei vv. 20-21: "Pregate nello Spirito Santo, conservatevi nell'amore di Dio (Padre), aspettate la misericordia del Signor nostro Gesù Cristo (nel giudizio finale)".

Dio Padre (1) ci chiama, ci ama (1. 21), ci salva (25). Lo Spirito (Santo) è presente nei fedeli (19), li assiste nelle preghiere (20). Gesù Cristo non solo è giudice misericordioso dei fedeli (21), ma preesisteva in quanto Dio, nostro Signore. Nel v. 5 sia che sì legga "Gesu" (con B. A. Vg.), sia che si legga "Signore" si parla di Cristo Signore preesistente il quale, dopo aver salvato il popolo dalla terra d'Egitto, in seguito sterminò quelli che non credettero.

Gesù è chiamato l'unico Padrone e Signore nostro, (v. 4). La qualifica di Signore nostro è attribuita a Cristo anche nei vv. 17. 21. 25 (cfr. v. 5) Gesù è il Mediatore nostro; per mezzo di .lui (Redentore e Sacerdote eterno) proviene a Dio gloria, magnificenza, impero, potenza da tutta l'eternità per tutti i secoli (v. 25). I fedeli sono custoditi per Gesù Cristo (v. 1). Egli è giudice degli angeli (v. 6) e nostro (v. 21). C'è un giudizio in cui vi saranno retribuzioni eterne (4. 6. 15. 21-24).

I cristiani son chiamati e amati da Dio Padre, custoditi per Gesù Cristo (i cfr. 24), sono santi, posseggono lo Spirito (v. 19), pregano nello Spirito Santo (v. 20), devono aderire a una fede (complesso di verità) trasmessa a loro (v. 3) per mezzo di un magistero autorevole (5. 17-18).

La fede è il santissimo edificio sopra del quale i credenti devono costruirsi come tempio mistico (= Chiesa? 20), partecipano ad una salvezza comune (v. 3).

La dottrina riguardante gli angeli è particolarmente sviluppata, in opposizione alle negazioni dei falsi maestri. Gli angeli son detti Glorie (v. 8). Vi sono angeli buoni (che conservano la loro dignità) e cattivi (che abbandonarono la propria dimora e che subiranno il giudizio nel gran giorno: 6). Tra gli angeli vi è un arcangelo, Michele, che contese col diavolo, senza però pronunciare giudizio ingiurioso contro di lui (v. 9).

Siccome la terminologia è alquanto incerta e sottintende molte verità già conosciute dai lettori, è talora difficile precisare il pensiero teologico di S. Giuda. Tuttavia il parallelismo con la 2 di Pietro e l'uso del linguaggio paolino che, in questo periodo, era ormai patrimonio comune dei fedeli, ci servirà a chiarire senza forzare il senso di certi termini ambigui.

Uso liturgico dell'Epistola di San Giuda Torna all'inizio


I primi 13 vv. sono usati come lezioni per la festa dei Santi apostoli Simone e Giuda (28 ottobre) e nella vigilia di Pentecoste. I versi 19-21 si leggono come epistola nella Messa di S. Silverio, Sommo Pontefice e Confessore (9).

(9) Nel breviario ambrosiano s'inizia la lettura dell'epistola di Giuda nel Sabato entro l'ottava di Pentecoste.


Ulteriori approfondimenti sulla vita di San Giuda Taddeo

 


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